Quella dei cittadini ha già raccolto centinaia di migliaia di firme per dire stop alle perreras. Ma la Ue tentenna
MILANO - Avete presente il senso di tristezza e di impotenza che vi
prende visitando uno dei tanti canili italiani gestiti da associazioni
animaliste, gruppi di volontari, Asl o consorzi comunali? Per quanto si
possa provare a trovare consolazione nel fatto che i trovatelli presenti
in questi rifugi abbiano un tetto sotto cui ripararsi dalle intemperie,
non soffrano la fame, siano controllati dai veterinari e accuditi con
professionalità e quasi sempre anche con amore non ci si riesce mai a
togliere dalla testa l'idea di quanto possa comunque essere triste per
loro trascorrere una parte della propria esistenza - che in alcun casi
significa mesi o addirittura anni - dietro alle sbarre di una gabbia.
Eppure è davvero nulla rispetto alla realtà delle perreras, i canili
municipali spagnoli, che sono veri e propri bracci della morte, dove
cani e gatti vengono sipati in condizioni precarie in attesa di adozione
o, molto più spesso, di esecuzione. Il tempo per trovare una famiglia
disposta ad accoglierli è infatti brevissimo, una decina di giorni o
poco più. Dopo di che la legge consente di eliminare il problema alla
fonte, ovvero sopprimendo gli animali